Febbraio 2025
NOTA: La cavità risulta particolarmente pericolosa a causa della presenza di numerosissimi massi instabili.
ALTRA NOTA: Probabilmente a causa delle piogge insistenti sta venendo via tutta l’argilla che tiene insieme cementati tra loro i massi dell’ingresso, sotto al tombino. Ieri è franata improvvisamente una grande quantità di pietre (anche di grandi dimensioni).
Queste sono due note riportate nella descrizione della grotta nel catasto grotte FVG. Sono quelle informazioni, sicuramente utili, che non mi piace mai leggere nella descrizione di una grotta.
Alcune di queste informazioni, alle volte, si sono rivelate, non perfettamente conformi alla realtà, (o non aggiornate), vuoi perché, le criticità sono state nel frattempo risolte con l’intervento umano, vuoi perché ci pensa la natura…
Ecco, questa volta, la descrizione era azzeccata. La sensazione che potesse venire giù di tutto l’ho avuta in parecchie parti della cavità durante la progressione.
Suggestionato dalla lettura delle informazioni? Sì, può essere, ma solo in parte, perché “dal vivo” alcune pietre o pietrone, sembravano veramente intenzionate ad abbandonare il loro comodo alveo per lanciarsi all’avventura nel vuoto sottostante, Sarà stato vero? Boh. Non ho fatto calcoli di staticità per verificare quanto fossero mobili o presunte tali. Il colpo d’occhio era sufficiente a creare inquietudine. Inquietudine che trovava sponda alla vista dei massi di crollo alla base della caverna principale. Uno dei quali sembrava recente e magari era in quella posizione da centinaia d’anni.
Ma partiamo dall’inizio.
Paolo ed io, optiamo per la grotta del Maestro.Mai vista, mai fatta. Profondità accertata 147 metri. Fatte le debite considerazioni, dopo aver letto descrizione e scheda d’armo ci muniamo di 230 metri di corda e una quarantina di moschettoni, rallegrati dal fatto che la discesa è facilitata dalla presenza di ancoraggi resinati. Qualche anello aggiuntivo, casomai dal resinato si passasse a fix o spit … (vassaver). La scheda d’armo potrebbe non essere la Bibbia… vassaver
Cordini? Mi go 5, più i tuoi, più le fettucce, più altri 5 gentilmente forniti, assieme alle corde, dal nostro Gruppo… e alla fine “non sarà troppo?”. Pol esser ma… vassaver
Tra un “vassaver” di qua e uno di la, alla fine iniziamo la discesa, come sempre o quasi, dotati di qualche chilo in più, consapevoli che tutto il materiale va riportato in superficie.
Si sa, in discesa xe bravi tutti.
L’ingresso della grotta è stato messo in sicurezza e ci perdiamo subito in considerazioni di plauso nel vedere l’opera di consolidamento. “Porca miseria, che lavoron”, veramente bravi. Un consolidamento che ha richiesto tempo e fatica, oltre alla competenza.
Paolo parte per primo ad armare il nostro percorso. Grande invenzione i “resinati” oltre al fatto che sono più visibili rispetto ad uno spit. Fanno risparmiare un sacco di tempo.
Subito al primo pozzetto, oltre al fango si nota l’erosione della roccia e dell’argilla. Si prosegue un po’ stretti per qualche metro fino all’apertura del “cavernone”.
Non sono amante della roccia erosa, scavata e modellata dall’acqua con risultati che mi fanno sempre un po’ d’ansia. Non c’è nulla di liscio, direi che le forme delle rocce appartengono di più al tardo gotico. Spuntoni, lame (alcune friabili) che rientrano a pieno titolo nell’incipit “guardare ma non toccare”. Ma abbiamo visto anche di peggio, quindi vai…
Giunti nel cavernone, come non notare alcuni massi di crollo … ma qui la situazione è decisamente migliore.
Un’occhiata al rilievo per capire la direzione da prendere, per evitare di passare al setaccio ogni centimetro del cavernone per poi dire… “xe de qua!!!”.
Un piano inclinato ricco di concrezioni, stalagmiti e crolli concrezionati ci porta alla partenza del P40. Gli ancoraggi resinati ci fanno da guida per ottimizzare la direzione di discesa. Paolo arma la partenza con un accenno di traverso per ottimizzare la calata. Finisce la corda da 120 metri e si parte con l’80.
“Ma come xe za finita la 120?” Tutto bene, si prosegue.
Si giunge sul fondo del P40. La tinta dominante, come molto spesso avviene, è marrone, tanto marrone, scuro meno scuro.
L’ambiente mi sembra un po’ caotico… da una parte del soffitto (sembra fossile) scendono stalattiti (marron), in altre parti solo roccia, in parte crollata (marron), in contrasto con la parete del P40 senza concrezioni.
Dalla base del P40 scendiamo ulteriormente. Piano inclinato tutto concrezionato e passaggio alla sala successiva con un saltino di 8 metri circa, stupendo. Le concrezioni la fanno da padrona. Un paio di vele giganti ti danno il benvenuto all’ingresso. Chiedo a Paolo di spostarsi verso il fondo della stanza in modo da illuminare le vele in senso opposto per scattare una fotografia ma… la corda finisce e lui non è in grado di raggiungere la parte finale. Dimenticavo che anche la corda da 80 era terminata e per arrivare sul fondo del P40 Paolo aveva fatto una giunzione con un’altra corda da 30, a 3 metri dal fondo, che poi ci accompagnerà nella stanza concrezionata che stavo descrivendo. Il dettaglio tecnico del passaggio del nodo avviene abbastanza facilmente. È bene fare un ripasso ogni tanto.
La discesa continua ma noi, purtroppo dobbiamo fermarci al punto 12 del rilievo. Si intravede la prosecuzione in una cavernetta e poi avanti dovrebbe risalire fino a raggiungere il P18 che porta alla massima profondità. Non ne siamo certi al 100% ma sembra fangoso.
Il fango fa da deterrente a quella voglia di unire svariati cordini per raggiungere il fondo della cavernetta e, considerata l’ora, dopo esserci rifocillati, ci mettiamo sulla via del ritorno.
Stavolta non abbiamo perso tanto tempo a fotografare e a curiosare, come capita di fare altre volte, ma siamo solo in due e dobbiamo considerare altri fattori.
Paolo si offre di disarmare, perché “el se diverti” ed io, nonostante fosse chiaro sin da subito che se “un arma, l’altro disarma”, accetto volentieri. Risalgo il P40 carico come un mulo, tanto da mettermi il pantin, che pensavo di non usare, per avere più grip. Le gambette lavorano alacremente.
Paolo canticchia e fischietta, quindi bene. Ma lui canticchia e fischietta più o meno sempre. Me lo ricordo canticchiare o fischiettare anche con 100 metri di vuoto sotto il sedere. Beato lui!!
Verso la fine della risalita, con un elevato aumento della temperatura corporea, si vede un bel pietrone che sembra indeciso se tentare di più un carpiato o una clanfa. In realtà del pietrone si nota la parte a sbalzo. Potrebbe essere un bel pietrone che è ben infilato e saldato alla parete della parte più stretta dell’ultima risalita. Siamo vicini all’uscita. Ma chi lo sa. A vederlo un pensiero lo fai, perché se quella creatura decidesse che è venuto il momento di provare l’ebbrezza del volo, porterebbe giù me o una parte di me e tutto il Paolo che sta immediatamente al di sotto. Meglio non pensarci e starci a debita distanza e… non urlare… vassaver.
Attendo sotto la pioggia che Paolo mi raggiunga all’esterno dopo aver disarmato il tutto. Sono le 17.00 e c’è ancora un po’ di luce. Avevo portato una birra per festeggiare il mio compleanno, ma acqua, freddo e stanchezza hanno annullato l’evento. Sarà per un’altra volta… meglio una doccia bollente, ma vassaver…
Fine della storia
Luca P.