Febbraio 2025

La proposta di Paolo di visitare la Grotta Vittoria per l’uscita di Domenica, è accettata senza esitazioni. Prediligo le grotte che non ho mai visto, anche se mi è capitato già un paio di volte di non ricordare assolutamente la morfologia di grotte già viste. Comunque non essendoci mai stato, come sempre, leggo con cura la descrizione della cavità in questione, guardo il rilievo, che qualcuno meglio ferrato di me ha ben pensato di fare. Paolo recupera pure la scheda d’armo da Andrea Miglia (che ovviamente ringraziamo per la sua disponibilità). Mi piace molto la collaborazione tra speleologi. Ad ogni modo quello che immediatamente emerge dal rilievo, almeno per me, è il suo bel P90.

Concordiamo da subito che per il P90 dobbiamo essere almeno in 3 (o 4 ancora meglio). Quando David accetta di partecipare all’uscita è troppo tardi per il recupero del materiale che ci sarebbe servito per scendere sul fondo.
Si decide quindi di visitare il resto della grotta ad esclusione del P90, che è stato chiaramente individuato ed accuratamente evitato.

Mi fanno sempre effetto ‘sti buconi profondi accompagnati in sommità da un bel piano inclinato con detriti, da cui cerco di tenermi a debita distanza senza una corda di sicurezza.

Ad ogni modo, di buona lena, domenica mattina, ore 8.30, siamo sul posto.
Ingresso invitante… pozzetto in libera, ancoraggio su un traversino appositamente posizionato all’imboccatura (sembrano pezzi di rotaia)… e vai con la calata.

Caverna fossile con qualche accenno di ringiovanimento. Me la guardo attentamente. Individuati altri punti di ancoraggio, durante la breve discesa; fix, spit posizionati ad una certa distanza dalla verticale. Perché la? Dove andavano? Si scendeva da un altro ingresso? Una risalita? Mah…

Sul fondo del primo pozzo, oriento la planimetria del rilievo verso Nord e via… si parte.
L’interpretazione del rilievo crea da subito dei dubbi. Andiamo di qua… mmmmmm, secondo me si va di la, in un balletto interpretativo piuttosto divertente, segno evidente della ancora scarsa o quasi dimestichezza nell’interpretare correttamente il rilievo. Alla fine dell’assise e visto che “el sol magna le ore”, si parte praticamente con una battuta di zona, dove ogni piccolo pertugio viene accuratamente verificato. Paolo scende in un pozzo, David in un altro, fino a chiarire una volta per tutte la direzione da prendere. Bene. “Guarda che non sempre i rilievi sono affidabili”… altro commento che torna in auge quando non capisci al volo la direzione da prendere. A volte è vero anche questo ma non dev’essere la principale giustificazione in caso di non chiara comprensione.

Individuato il ramo corretto, ci lasciamo la caverna principale alle spalle e scivoliamo attraverso una prima strettoia nella caverna successiva non più fossile ma dall’aspetto caotico. Sembra abbia subito un bombardamento. Buchi, crolli, scavi e… fango. Il primo incontro con il fango che poi ci terrà compagnia per lunghi tratti.

Non è che avessi tutta sta voglia di sporcarmi pesantemente di fango e credo della stessa opinione anche i miei compagni di avventura, ma tant’è…

Si va avanti senza esitare. Allora… c’è un ramo che va di qua e un ramo che va di la. Facciamo prima questo (dove scopriremo il P90) e poi l’altro. Bene, il rilievo ci aiuta e ci fa compagnia. Nuova diramazione. Sinistra o destra? A destra si vede solo un ingresso che svolta subito ancora a destra su piano inclinato un po’ detritico. In dotazione abbiamo ancora 20 metri di corda, qualche cordino e fettuccia. Pochino per affrontare l’ignoto. Butto un sassolino che si ferma subito, ne getto un altro che sentiamo rotolare per qualche metro. Sentiamo il terzo sassolino rotolare per qualche metro e poi ad intervalli no regolari sbatacchiare per svariati secondi. Non ho preso il tempo, non era necessario. Era chiaro che eravamo arrivati all’ingresso del P90 che naturalmente ci siamo lasciati alla nostra destra per proseguire nell’altro ramo.

Le dimensioni del meandro che ci troviamo davanti, viste le dimensioni, alimentano considerazioni e riflessioni dotte ma un po’ scomposte.
Orca che grande… ma che fiume passava de qua per scavar in sto modo? Per farla breve, percorriamo tutto il ramo fino alla fine dove la corda da 20 diventa preziosa per calarsi in un pozzetto che chiude questo ramo del rilievo. Ancoraggio di partenza in naturale (decente), deviatore per correggere la direzione (accettabile)… frazionamento successivo… mmmm non trovo, non vedo, qua tocca anche la se corda arriva sul fondo… Bon, lasciamo stare…

Ci riteniamo comunque soddisfatti. Troniamo all’altro ramo, ancora da visitare che è praticamente tutto meandro e fango, che, se fino a quel momento potevamo considerarci umanamente ancora presentabili, ecco che quest’ultima fatica farà di noi creature degli abissi, informi e monotinta. Ormai siamo in ballo e questo meandro ce lo facciamo tutto fino alla fine. Argilla, fango, strettoie, passaggi in contrapposizione. Il meandro scorre lungo piani diversi. Sopra di noi, sotto di noi, insomma… ginnastica. Qualche commento pesantemente lacunoso sulla geologia del luogo, cavernetta finale con erosioni massicce in atto (che in realtà abbiamo trovato in altre parti della grotta) e via, si ritorna. La fametta che si fa sentire suggerisce che, essendo il 2 febbraio, è aperta l’osmiza a Bristie. E questa è un’informazione che genera una certa energia nell’affrontare il ritorno.

Le foto che ci siamo fatti all’uscita della grotta danno il senso di quanto conforto avrebbe potuto offrirci un luogo caldo e ristoratore.
Un’unica piccola pecca… avere compagni di avventura astemi e non fumatori, ma questa è un’altra storia.
Grazie a Paolo e David per la bella gita.

Luca P.