C’è una zona che ancora oggi continua ad attrarmi, ed è quella parte di territorio che dalle Grotte di S. Canziano o poco più in la, si estende verso Divaca, Lipizza, Orlek e poi Trebiciano, ecc…
La geologia di questa parte di territorio è incredibile. È successo di tutto. Smottamenti, sprofondamenti, crolli, erosioni. L’acqua ha scavato, scavato, scavato, dalla superficie sempre più in profondità. Una condizione che ancora oggi continua, anche se per trovare l’acqua, attualmente, bisogna scendere più in profondità. Ne sanno qualcosa i personaggi della storia che si sono susseguiti da metà 800 (ma anche prima) fino ad oggi con la ricerca della Reka/Timavo.
In questo contesto si colloca la Voragine dei Corvi (Golokratna Jama nella vicina Slovenia), un enorme dolina di crollo, che in epoca remota doveva essere un bel cavernone.
Questo l’obiettivo della giornata. La dolina sprofonda per un centinaio di metri. Il rilievo, credo un po’ datato, riporta 74 metri misurati sulla sommità della china detritica ai 112 della parte più bassa della stessa.La nostra calata si posiziona circa a metà.
Ad ogni modo, oggi uscita “mista”. Oltre a Paolo e me, ci sono Alessandra, Andrea (SAS), Paolo (CAT). Raggiungiamo il luogo dopo una mezz’ora di camminata. Andrea ed Alessandra che in passato hanno già affrontato la discesa, ci portano direttamente al punto di partenza, dove 3 fix fanno bella mostra di sé, praticamente sul sentierino che costeggia il baratro. Ne esistono altri, volendo affrontare la discesa da altro lato.
Arma Andrea, che dopo 7 frazionamenti tocca la china detritica. Scendo per secondo, per assistere Andrea. La calata mi provoca, come sempre, una sana (o poco sana) inquietudine, che cessa una volta toccato il fondo. Nell’ordine scendono successivamente Paolo, Alessandra poi Paolo.
Ho saputo solo qualche giorno prima dell’esistenza di una grotta all’interno del cavernone sul fondo della voragine. All’inizio mi sembrava sufficiente quello che avevo visto nel rilievo.
Non mi sarei aspettato di trovare l’ingresso della bellissima grotta che si cela sotto di esso, in una posizione che conferma la mia ignoranza speleologica. Ingresso frutto di scavo, alla fine abbastanza breve ma per niente banale. Col contorsionismo ci stiamo lavorando da qualche anno ma non avendo più vent’anni, ogni movimento all’interno di strettoie con curve a gomito anche in verticale, va un attimo pensato e pianificato, prima di passare all’azione. Meno irruenza fisica e più testa, soprattutto nel passaggio in questione che vedeva un lato della parte finale del buchetto costituito da materiale di frana che sembrava dire “prova a toccarmi e vedi che succede”. Difatti Andrea che si infila per primo nel pertugio, inizia a mandare segnali di raccomandazione, diverse volte, tanto da creare un po’ di suggestione. A quel punto uno dei Paoli, non se la sente e rinuncia al proseguimento. La speleologia non è certamente una prova di forza machista e quel buchetto potrebbe richiedere non poche imprecazioni.
Usciti dal breve tratto intestinale, si apre la prima caverna, già adorna di concrezioni, colate e stalattiti miste a crolli e chissà cos’altro. Riuscire a leggere gli accadimenti geologici di un ambiente di questo tipo mi piacerebbe molto. In altre parole, conoscere almeno in parte alcuni processi speleogenetici che tengono conto della storia geologica, paleoclimatica, paleoambientale e morfologica della regione danno la possibilità di interpretare, ricostruire, almeno in parte la storia geologica del luogo in questione.
Dalla prima caverna passiamo alla seconda… Non abbiamo occhi. Una quantità di concrezioni, colonne, stalattiti dalle forme incredibili, bianchissime. Si cammina su colate con vasche, vaschette, alcune con acqua. La progressione continua molto lentamente, tra uuuuhhhh, oooohhhhh. La Natura lascia il suo originale autografo in ogni centimetro di questa bellissima cavità. Io e Paolo, rimaniamo impalati ed estasiati di fronte a due colonne dalla forma irregolare, che sembrano sorreggere parte della volta. Sembrano scolpite con dovizia di particolari, tra cui una serie di venature che sembrano vene di un apparato circolatorio.
Nella caverna successiva si apre un pozzo da 40 metri (stimati). Bello, circolare, diametro, mmmm abbondante. Sembra proprio un inghiottitoio dove scaricano tutte le acque che confluiscono in quella sala. Si scende su concrezione. È tutto una concrezione. Qualche armo naturale (in partenza) e qualche fix.
Il fondo è disseminato da massi di crollo, in parte concrezionati.
A questo punto si scende in un canalone fatto di massi crollati non più concrezionati, fino al fondo, facendo molta attenzione a non turbare la statica di quel fiume roccioso, soprattutto nella parte bassa. Se si sposta una di quelle creature… meglio non pensarci.
Sul fondo, dove ci si immagina un buco di scarico delle acque, sembra ci sia un enorme tappo detritico. Da qui verso il lato opposto alla nostra discesa, confluisce uno scivolo, completamente modellato dall’acqua, che Andrea prova a risalire per un po’ confidando nei fix che trova ad altezze non semplici da raggiungere “in libera”. Abbiamo gli ultimi 20 metri di corda. Ne abbiamo già mangiati 200. Non siamo attrezzati per scalate in artificiale ma in questi casi tornano sempre utili gli insegnamenti di Riccardo, “se se rangia con quel che se ga” e di Jure: 1) valutazione del rischio; 2) agire sulla base del contesto. Suggerimenti preziosi. La corda a disposizione è troppo poca e la stanchezza comincia a fare capolino. Abbiamo finito la spinta propulsiva che ci ha portato sino al fondo.
Si risale. Il reportage fotografico continua. Anche la risalita, che equivale fare lo stesso percorso dell’andata al contrario, fa vedere la grotta da un’altra angolazione, dando spunti di osservazione nuovi e bellissimi. Usciti dal pozzo che Paolo ha disarmato, è finalmente giunto il momento della ricreazione, dove ci si rifocilla, per integrare il propellente per affrontare la risalita.
Ho detto risalita? mmmm, mancano altri rami da esplorare. Non avendo visto un rilievo, ci affidiamo ai buoni Andrea e ad Alessandra, che qualche indicazione la forniscono. Altre sale, salette, vasche oramai asciutte, anche di dimensioni notevoli fino a raggiungere la saletta dove Alessandra sosteneva ci fossero stalattiti “pelose”.
Ebbene, dopo aver scavato nei loro ricordi… “mi ricordo che c’era un passaggio… non di qua… forse di la…
Insomma, alla fine, ecco le stalattiti pelosette. Sembrano effettivamente coperte da una forma di calcite che sembra peluria. Spero che i miei compagni di avventura abbiano fatto svariate foto perché a quel punto io avevo già terminato le batterie e quindi impossibilitato a farne di nuove. “Ricordarsi un power bank, la prossima volta”.
Ok, basta, torniamo. Ancora un attimo di passione per riuscire da quella strettoia iniziale che impone un’ottima gestione delle proprie articolazioni, che giustamente protestano qualora si esiga da loro ciò che non possono più fare e prima che tutti fossero usciti dal buchetto sto già risalendo la china detritica per affrontare la risalita, ormai nel buio più pesto, perché si è fatto tardi. Quando parto vedo le luci in lontananza dei miei compagni, finalmente riemersi.
La solita frase di rito “chi arma non disarma”, puntualmente disattesa dalla contingenza. Infatti disarma chi ha armato, cioè Andrea.
La risalita nel buio pesto, con la consapevolezza che sei all’aperto, ha un non so che di irreale. Il primo tiro è piuttosto lunghetto, ma subito dopo ce n’é un altro, un po’ più breve che finalmente mi porta “in appoggio”. La libera ha il suo fascino, per carità, ma in quel frangente non vedevo l’ora di appoggiarmi alla parete e “allongiarmi” al frazionamento successivo. Un po’ pioviggina e lasciati i 10 gradi interni, “finalmente” si possono godere dei 5/6 esterni molto umidi. Ormai in un bagno di sudore raggiungo la sommità e attendo gli altri. Sale Paolo, poi Alessandra e Andrea… e sono le 20.00. Recuperata la corda approfitto per festeggiare l’impresa (più che il mio compleanno ormai ben passato) con una birretta da 33cl (pagata ben 3,50€, un vero ladrocinio). Un sorso a testa (meno Alessandra) e via.
La camminata di mezz’ora per raggiungere le auto, tra strade bianche e sentieri, illuminati solo dalle nostre frontali, rende il ritorno meno noioso e faticoso, nonostante la stanchezza raggiunta. Complimenti ai miei compagni, reduci da un’altra esplorazione il giorno precedente. Ottima tempra
Ringraziando Alessandra ed Andrea che hanno organizzato la bellissima uscita ed un saluto all’altro Paolo con cui avremo sicuramente modo di condividere altre avventure, ci accomiatiamo.
Un’ultima considerazione che abbiamo fatto mentre eravamo dentro. Non abbiamo trovato le solite scritte imbrattanti dei predecessori (nemmeno quelle storiche dei periodi esplorativi pioneristici), né residui di carburo, né scempi derivati da asportazione di “souvenir”. Certamente la cultura sta cambiando, ma ritengo che tutelare luoghi come questi sia fondamentale. Un plauso a chi si spende per preservarli.
Luca P.